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Martedì, 28 Gennaio 2014 11:28

Sentenza n. 585 del 9 gennaio 2014

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Costituisce reato sottrarre la corrispondenza al coniuge per usarla nella causa di separazione.


La Corte Cassazione, sentenza 585 (4.10.2013 – 09.01.2014) qualifica come reato usare corrispondenza privata in un giudizio di separazione fra coniugi.

Con breve ma interessante motivazione la Suprema Corte (Sezione V Penale pronuncia numero 585 4.10.2013 – 09.01.2014) ritorna sui profili della fattispecie di reato prevista e disciplinata dall'articolo 616 c.p., annullando, per intervenuta prescrizione, la sentenza della Corte Napoletana ma rigettando il ricorso proposto dal coniuge ai fini civili per la riforma della condanna al risarcimento del danno.

In compendio, la Corte, pronunciandosi su questione controversa, non ritiene sussista alcuna scriminante o superiore diritto che possa giuridicamente consentire al coniuge di prendere contezza ovvero semplicemente di distrarre la corrispondenza (nella specie documenti bancari) per utilizzarla come elemento di prova nel giudizio di separazione; in particolare, non sussiste, a parere della Corte, la giusta causa di cui al comma secondo dell'articolo 616 c.p., per il rilievo che la condotta di produzione in giudizio dei documenti non rappresenta l'unico mezzo per contestare le richieste della controparte, potendo il Giudice valersi dei poteri istruttori concessi dall'articolo 210 C.P.C., ordinando alla controparte o a terzi l'esibizione di atti o documenti ritenuti rilevanti per la decisione.

Si tratta di pronuncia che si colloca nel filone più garantista espresso dalla Corte e dalla migliore dottrina e che vede nella tutela della segretezza della corrispondenza, cartacea o informatica, un valore preponderante rispetto al diritto alla prova giudiziaria.

Il caso, tuttavia, deve essere contemplato sotto la luce della sua peculiarità e la pronuncia non va resa comune, generalizzata: il bilanciamento tra il diritto alla prova (e alla difesa) e quello alla segretezza è assai delicato e, come messo in evidenza dalla dottrina, il contemperamento tra le due istanze costituisce valutazione lasciata al Giudice, sull'evidenza della fattispecie emergente.

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